Trasfigurazione del banale

Abbiamo superato il Thanksgiving e il Black Friday; è morto Fidel Castro e abbiamo già prenotato aperitivi e cene per il weekend. Sembrerebbe proprio che gli anni 2000 stiano proseguendo come dovrebbero. Manca solo da passare il Cyber Monday e, “finalmente”, il prossimo obiettivo sarà il Natale.

Non ho ancora raccontato niente, nessun episodio, nessuna storia, eppure in 3 righe si concentrano nomi, concetti e politche di un’intera epoca. Ed è pensando a questo che mi rammarico di abitare in una società così superficiale e bigotta, in un paesello disposto a indebitarsi per luci dell’albero e gli smartphone all’ultimo grido.

15027723_1021143024661961_8000184671726612097_n

Ci siamo trasformati in bestie da consumo estremo per sfuggire a una vita “semplice”. Ci guardiamo alle spalle con nostalgia, adoriamo i filtri di Instagram che ci fanno sembrare vintage. Scegliamo la macchina ispirata al Maggiolino e alla Mini. Andiamo dal parrucchiere per cotonarci i capelli e assomigliare alle dive del cinema.

Ma, nonostante rimanga questo interesse per l'”antico”, facciamo di tutto per prenderne le distanze. Ci piace andare a ballare il twist di sabato sera ma, tornando a casa, prendiamo l’ascensore anche per salire una rampa di scale.

Veneriamo il made in Italy e l’artigianato di qualità, le scarpe di cuoio, le confezioni sartoriali. Ma difendiamo con i denti l’impiego in ufficio davanti al pc.

Le mamme che dicono “i giochi di una volta erano bellissimi, sostenibili e costruttivi” sono le prime, in realtà, che hanno scaricato Candy Crush Saga.

Perchè il “banale” ci fa spaventa? Ne siamo così terrorizzati da incasinarci le giornate con orari impossibili e responsabilità. Usciamo di casa alle 7, facciamo chilometri di coda in auto, mangiamo un’insalata scondita mentre rispondiamo alle mail; facciamo i salti mortali per correre 30 minuti sul tapis roulant e pagare l’affitto al proprietario.

Fermiamoci. Un attimo.

Due.

Una settimana.

Riprendiamo il senso di tutto e ridistribuiamo le energie in base alle priorità.
Lasciamo da parte il correttore, H&M, il sushi del venerdì e la tessera punti.

Cerchiamo invece di guardare con i nostri occhi là fuori. Le risposte arrivano solo per chi è disposto a vederle.

 

Nota a margine.
Il libro che mi ha fatto riflettere (troppo) non c’entra niente con il consumismo. Si chiama La trasfigurazione del banale ed è uno dei volumi più conosciuti nel campo dell’estetica e della filosofia.

Lunatica, creativa, nativa digitale. Tra un caffè e l’altro mi occupo di web e turismo, sempre con una bella colonna sonora di sottofondo.

Lascia un commento